Bigliettini

22.01.2021

Parlar di bigliettini, per me, vuol dire catapultarsi indietro di tanti, tanti anni, al tempo in cui frequentavo il liceo. Un tempo in cui non esistevano i cellulari o quanto meno non era concepibile che potessero essere utilizzati da degli adolescenti. Quindi per noi adolescenti non esistevano proprio. Roba da snob, da yuppies del decennio appena terminato. I bigliettini, invece, erano il metodo di comunicazione universale. I ragazzi li usavano fra loro per organizzare partite di fantacalcio, per sondare le preferenze politiche (soprattutto durante gli ultimi due anni) e stilare una sorta di statistica tra i non aventi diritto al voto. Noi ragazze li utilizzavamo per commentare l’avvenenza di qualche professore o dei ragazzi più grandi (i nostri coetanei erano considerati alla stregua di fratellini minori, imberbi e dediti al fantacalcio e alla fantapolitica, poverini). A volte si giocava a battaglia navale e i bigliettini erano vettori di colpi più o meno letali.
La contaminazione tra i generi era concepita quando si parlava di chiedere favori: “non ho studiato, offriti volontario che sei sempre pronto!” e cose simili. Oppure durante i compiti in classe. E non starò qui a spiegare perché.
Un altro fenomeno particolare era l’esigenza di trascrivere citazioni di canzoni a noi particolarmente care. Di solito si faceva sul diario, a volte, invece, proprio sui bigliettini, perché l’urgenza di condividere una frase, un passaggio di una canzone – che per noi aveva un significato attinente al nostro vivere quotidiano – era indifferibile. Un’amica scriveva solo frasi estrapolate dai testi dei Queen. Un’altra trascriveva i Nomadi, Laura Pausini e Carmen Consoli. Un ragazzo riportava brani dei Pink Floyd e di Guccini. Io mi barcamenavo tra Timoria e Guns ‘n’ Roses.
Tutto sembrava così assoluto, infinito e indefinibile. Le canzoni, la musica sembravano dar voce, dar significato al nebuloso tumulto di pensieri ed emozioni di cui eravamo preda costante.
Non ci fossero stati i bigliettini avremmo perso il modo di esternare, almeno in parte, il nostro mondo sommerso.

Non ricordo, invece, l’utilizzo di questo diffuso mezzo di comunicazione al tempo delle scuole medie, ma a mia discolpa c’è da dire che le ho frequentate presso un istituto cattolico, dove certe cose erano quanto meno inconcepibili. E dove c’era parecchio controllo. Impossibile pensare di fare una qualsiasi delle cose che ho elencato sopra sotto il naso di uno qualunque dei professori.

Fatte queste premesse, si può ben immaginare il mio stupore (o forse dovrei dire shock) quando oggi Faccio-io è tornato a casa con un paio di minuscoli bigliettini con su scritto: “Ti amo!”
Ora. L’autrice delle missive è Principessa Maya. È vero che Faccio-io ha chiesto la sua mano quando avevano cinque anni. È vero che lei ha risposto affermativamente. È vero che quest’estate si sono accordati sull’età in cui sposarsi. È pure vero che un paio di mesi fa si sono detti reciprocamente che o si sposano tra di loro o non sposano nessun altro. Ma da qui al “ti amo” il passo mi sembrava piuttosto lungo. Ecco, a quanto pare, sembrava solo a me.

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4 pensieri su “Bigliettini

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