Almost Heaven

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Abbiamo suonato tante canzoni, spaziando tra i vari generi. Da Zingara di Iva Zanicchi a Hotel California degli Eagles.  Da Ciao amore ciao di Luigi Tenco a Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd.

Passando per:

Ciao, io sono Irish

Banana Joe

Auschwitz

’74-‘75

Pugni chiusi

Rocky mountain high

Mi sono innamorato di te

Clocks

Bang bang

Before you accuse me

Mi si spezza il cuor

Iruben me

E’ la tua voce

Ring of fire

Gli occhi verdi dell’amore

Ordinary world

Impressioni di settembre

San Francisco

Quella carezza della sera

Take it easy

e tante, tantissime canzoni dei Creedence Clearwater Revival (Proud Mary, Effigy, Bad moon rising, Down on the corner, Have you ever seen the rain, Who’ll stop the rain, Wrote a song for everyone, Wish I could hideaway…).

Ma, su tutte, -il mio cuore ancora esulta al ricordo- l’emozione, la partecipazione, l’empatia, l’interpretazione più sentita, il cuore, l’anima, la comunione, la leggerezza, l’amicizia, l’unione, la libertà, la complicità, il gioco, la felicità, il divertimento erano tutti concentrati in un’unica canzone: Take me home, country roads.

 

Ogni volta l’ultima canzone.

Ogni volta una rinascita.

 

Amici da una vita o poco meno.

Amici, con i cuori così vicini.

Amici, in quel momento eterno.

Amici, in un mondo tutto nostro.

 

La taverna, piccola per accogliere le nostre sei unicità, ci vedeva risorgere all’alba di ogni nuovo fine settimana. E quella canzone -urlata, amata, goduta, giocata, pianta, scherzata, ma mai, mai!, sopportata- era l’ultimo colpo dei fuochi d’artificio, il taglio della torta nuziale, la Santa Eucarestia, la celebrazione del nostro incontro, la consacrazione della nostra amicizia, l’inno alla vita.

 

Le nostre voci si fondevano nel ritornello e nell’ultimo “I belong” confluiva tutto il nostro sentimento di appartenenza a quel luogo in quel momento. Era come ritornare a casa su una strada di campagna, come se i nostri ricordi girassero tutti attorno a lei, come se fosse dipinta nel cielo, come se fosse -quasi- il Paradiso.

Urlavamo la gratitudine di essere presenti.

Sancivamo la conferma di un nuovo incontro.

Grazie a tutti voi.

Alla prossima serata!

Le torte delle mamme

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Le torte delle mamme sono un’istituzione.

Dovrebbero essere nominate patrimonio dell’umanità.

Che siano le classiche da inzuppare o più sofisticate, il loro ingrediente principale è l’amore.

L’amore con cui vengono fatte, l’amore per cui vengono fatte, l’amore negli occhi di chi le guarda fare.

Mia mamma faceva una semplice torta al caffè, di quelle da inzuppare. Riusciva sempre a farla perfetta.  Il centro leggermente più elevato rispetto ai bordi, la superficie uniformemente liscia color caffelatte che veniva cosparsa di zucchero a velo.  In occasione del mio compleanno spuntava una “formina” che permetteva di scrivere (con lo zucchero a velo) “Buon Compleanno” e di disegnare tanti cuoricini.

A volte mi chiamava in cucina per prepararla assieme. Il mio compito era mescolare, ma mi stancavo sempre in fretta.  Allora stavo in ginocchio sulla sedia, guardandola mentre compiva tutti i passaggi necessari alla realizzazione.  Il momento in cui svuotava l’impasto nello stampo era il più interessante.  Avrebbe poi lasciato una zuppiera e un cucchiaio leggermente sporchi di preparato e io adoravo ‘pulirli’ entrambi.  Ogni volta chiedevo di lasciarmene un pò di più e ogni volta mi rispondeva che non poteva, altrimenti la torta non sarebbe riuscita bene e poi mi avrebbe fatto male.

Questa stessa scena si è ripetuta per tutti gli anni delle elementari.

Più passava il tempo e più cercava di coinvolgermi ed insegnarmi, ma io preferivo sempre starla a guardare e aspettare il momento di mangiare quel poco che avanzava del composto.

Passano gli anni, innumerevoli. Ora sono io a preparare le torte per il mio bambino.  Benché sia piccolo, cerco di coinvolgerlo nell’esecuzione, ma a tutt’oggi lui preferisce aspettare il momento in cui lascerò un mestolo e una ciotola sporchi di impasto…

Pizzocolo Hotel

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16-17/07/2011

Partiamo un sabato pomeriggio: chiudiamo casa nel caldo afoso di metà luglio e saliamo in auto. Ho appena finito di stivare una bottiglia di rosso nello zaino.  Volevo portarne due, ma proprio non ci sta più uno spillo.
E come pesano questi zaini!
D’altronde tra cibo, acqua, sacchi a pelo, materassini, tenda, picchetti, macchina fotografica e cavalletto non poteva essere altrimenti. Sono riuscita ad aggiungere a malapena un quadernetto e una biro.  So già che l’avventura che ci aspetta sarà di quelle che lasciano il segno.  Sarà di quelle che ci piacerà ricordare e che racconteremo per anni.

L’appuntamento con gli amici è a Toscolano e da lì, poi, saliamo a Gaino e ci inoltriamo in una stradina sterrata che sembra proseguire all’infinito. Lasciamo la macchina in località Palazzo Archesane, ci mettiamo gli zaini in spalla e partiamo!

Siamo tutti molto appesantiti dal bagaglio. La nostra amica Uschi si è addirittura legata una griglia (per cucinare le salamine) all’esterno dello zaino.

Il cielo è limpido, l’aria rovente, lo spirito leggero. Passiamo le due ore e mezza seguenti a chiacchierare e camminare, camminare e chiacchierare.  E così, un passo dietro l’altro, la nostra meta si avvicina.  Poco sotto la vetta del Pizzocolo ci carichiamo della legna necessaria a cuocere la cena.  Ognuno di noi porta qualcosa, a seconda delle proprie possibilità.

Gli ultimi metri sono sempre quelli più faticosi e, nella mia immaginazione, è come se arrivassi alla vetta (o ad un campo base) dell’Himalaya! Forse ultimamente ho letto troppi libri di Messner e di Diemberger.  Lo so, non c’è la stessa fatica, ma per me è come raggiungere quell’obiettivo.  Un’avventura sempre sognata, ma che non ho mai pensato di poter realizzare.  Invece, eccoci qua!  E adesso siamo arrivati al bivacco “Due Aceri”.

Non c’è nessuno, quindi prendiamo possesso del soppalco per passare la notte. Unico problema: il posto è per cinque e noi siamo in sette!  Ma io e Valter abbiamo la nostra tenda che montiamo celermente nell’unico spiazzo presente davanti al bivacco.

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Ci cambiamo le magliette sudate di felicità e le appendiamo ad asciugare. Sembrano le bandiere di preghiera tibetane.  Questo è davvero il mio Tibet!

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Prima di cena facciamo una breve escursione sulla vetta, poi torniamo in fretta nella nostra tana e accendiamo il fuoco.  L’amicizia ad alta quota acquisisce ancora più gusto, come il vino.  Celebriamo il piacere di stare insieme con una piccola grigliata, con la bottiglia di rosso e con un pacchetto di biscotti.  Siamo tutti felici, abbiamo lasciato a valle le preoccupazioni e la vita di tutti i giorni.

Verso le dieci di sera è arrivato il momento tanto atteso. Saliamo sulla cresta ad ammirare il panorama.  Indossiamo la pila frontale, ma quasi non serve: la luna piena rischiara il nostro cammino e protende una bianca mano sul lago sottostante.  Milioni di stelle tempestano il cielo e milioni di lucine punteggiano la terra.  L’aria è calda e limpida, si vedono anche dei fuochi d’artificio.  Il silenzio è quasi surreale per le mie orecchie abituate al mondo “civile”.

Mi metto a scattare qualche fotografia. Al cielo.  Alla luna.  Al lago.  Sono in estasi, non avrei mai pensato di poter vivere una tale emozione.  Se non fossi così felice, mi metterei a piangere!

Le fotografie sono bellissime, sembrano dei quadri. Cento, duecento scatti.  Quanti ne ho fatti?
Non so.
Comincio ad avere freddo.
Torno un attimo in me e scopro di essere sola. Sono andati tutti a dormire.  E’ tutto ancora più bello!  Mi sento privilegiata: in cima al mondo e ad un passo dal cielo.  Immersa nel nulla e avvolta da questa notte magica.

Illumino i miei passi fino alla tenda, ma decido che è troppo presto per andare a dormire. In questo momento è tutto perfetto e ho voglia di godermi questa esperienza il più a lungo possibile.  Rimango seduta, qui fuori, in mia compagnia per un tempo indefinito.  Voglio riempire i miei occhi con questa luna, con questo lago, con tutte queste stelle.  Tiro fuori dallo zaino il taccuino e la biro e scrivo una poesia.  Le parole scivolano veloci e facili sulla carta bianca.

E’ quasi l’una.

Fa freddo.

E’ così strano, a casa staremmo boccheggiando dal caldo. Mi devo costringere ad andare a dormire.  Saluto questa visione celestiale, entro nella tenda e poi nel sacco a pelo.  Non riesco a prendere sonno.  Non mi sembra vero di aver vissuto una notte così unica.  E poi, sì, non riesco a prendere sonno per via dei sassi.  Li sento tutti, sotto la mia schiena.  Ma che importa?  E’ tutto meraviglioso!  La vita è meravigliosa!  Morfeo mi prende mentre un sorriso appagato è stampato sul mio viso.

La mattina seguente ci svegliamo in un altro luogo: siamo immersi nelle nuvole. Non si vede il cielo.  Non si vede il lago.  La meraviglia della notte precedente è svanita.

Siamo pronti per tornare!

Il tempo delle more

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16.07.2017

La mattinata è fresca. Indossiamo gli scarponcini e una felpa leggera (addirittura!) che prontamente riponiamo nello zaino.  Il sole di luglio manifesta prepotentemente la sua forza anche dopo qualche temporale.

Il cancello dietro casa, che non usiamo quasi mai, fatica ad aprirsi. Cinque passi più in là ci fermiamo ad odorare un cespuglio di profumatissima maggiorana, preso d’assalto dalle api.  Si tuffa dal giardino sul muro di contenimento e ogni estate ci diciamo che dobbiamo coglierne i semi (cosa che puntualmente non facciamo) per piantarli in un’altra aiuola o in vaso.  Richiamo il nostro piccolo esploratore -che non si era fermato- per fargli annusare un rametto odoroso.  Dalla smorfia che fa intuisco che l’odore l’ha percepito, ma non gli è piaciuto un granché…

Poco oltre abbiamo l’occasione di fargli vedere una siepe di nocciòli alta fino al cielo. Raccolgo tre frutti -fusi insieme e verdissimi- per farglieli vedere, ma non riesco a catturare la sua curiosità.  D’altronde non si possono mangiare, quindi non sono più interessanti di una foglia o di un sasso.

“E’ vero che quelle pùngiono?”

Dietro i nocciòli scorgiamo un serraglio con delle galline. Ce n’è una che viene a trovarci e ci scruta incuriosita.

“No, non pungono, però potrebbero beccare…”

E’ ipnotizzato dall’attività delle galline, quasi come se non le avesse mai viste! Quando si accorge che ci siamo allontanati, ci raggiunge di corsa, ci supera e decreta: “Io sono il capo e vado davanti!  Perché -lo sai?- i capi sono più forti!”.
Siamo nella simpatica fase del ‘Io sono il più forte’, mitigata all’occorrenza da ‘Ce lo dico alla maestra’!

Le acque di un ruscello scrosciano alla nostra destra mentre ci inoltriamo in una zona ombreggiata da fitte alberature. Raccoglie legnetti da terra e li usa come fucili.

“Pam, pam!” urla ogni tanto.
E poi: “Se vedete un leone, dite: LEONE!”
Così, noi…
LEONE!
Dove?
Lassù!
Pam, pam!
LUPO!
Dove?
Laggiù!
Pam, pam!
TIGRE!
Dov’è la trigre?
Dietro quell’albero!
Pam!
ELEFANTE!
No, l’elefante è buono!
Ah, ok.
SHERE KHAN!
Dov’è?
Lì!
Pam!
ORSO! (No, è buono)
SQUALO!
KAA!
RINOCERONTE!

E così via, trotterellando di albero in albero e dando la caccia ai cattivi. “Ma solo per finta, eh!” ci tiene a sottolineare.

Poco oltre scopriamo un tesoro abbandonato! Una spugnetta arancione di forma esagonale, semi nascosta da un ciuffo d’erba.  Tutto esaltato mette al sicuro la sua scoperta nella tasca delle braghette.
Ora, però, viene il bello. Comincia la salita, e che salita!
Dopo il primo passo è già stanco, però, non appena nota che io lo supero allegramente, riprende subito le forze per tornare davanti al gruppo. il tempo delle more_2Quando ricomincia nuovamente a sbuffare, il papà raccoglie da terra una penna grigia con una piccola striatura bianca.  Gliela appunta sul cappello dicendogli che, in questo modo, diventa così forte da poter sconfiggere i draghi.  Sgrana gli occhi da tanto ne rimane impressionato e si mette ad affrontare la salita con più grinta.

All’ennesimo “Sono stanco” ci vengono in aiuto la sua golosità e la generosità di madre natura. Un fitto bosco di rovi ci offre qualche frutto già maturo.

“Morrrre!!” urla.

Da quando riesce a pronunciarla, a volte esagera con la ‘r’!
Si avventa sui rami incurante delle spine. La maggior parte dei frutti è acerba e questo ci consente di proseguire la salita alla ricerca di nuove delizie.

Ora che il sentiero è tornato piano, la sua stanchezza è svanita. Anzi, è proprio lui ad indicarci una strada alternativa alla solita.  Accettiamo la deviazione di buon grado, sono svariati anni che non passiamo di qui.  Poco oltre troviamo vecchie tracce di attività umana.  Ci sono quattro o cinque viti (alcune con un piccolo grappolo d’uva in fase di maturazione) completamente imboscate.  Qui doveva esserci un filare, quasi certamente di una varietà da tavola.  E’ probabile che non lontano ci fosse un capanno o qualcosa di simile e che il padrone coltivasse un minuscolo orto.  Troviamo pure una vite sradicata e abbandonata nell’erba alta.  Decidiamo all’istante che a pranzo faremo una gustosissima grigliata utilizzando anche questo legno aromatico.

Il piccolo cacciatore vorrebbe riprendere il gioco di prima, ma -NO!- questo preziosissimo legnetto non si tocca!

Ad un certo punto veniamo fermati da una montagna di rovi che ostruiscono completamente il passaggio. Da qui non si può certo proseguire, però non abbiamo nemmeno molta voglia di tornare indietro.  Il papà cerca una strada alternativa inerpicandosi nel bosco e noi lo seguiamo, cercando le tracce del Gatto con gli stivali.  Forse è passato da qui…
Tra un albero e l’altro ci sono arbusti spinosi, piante con la corteccia coperta da enormi spine e ancora rovi. Inevitabilmente ci graffiamo le gambe.
Saliamo, saliamo sperando di incrociare, prima o poi, il sentiero di ritorno.
E invece, troviamo… la tana di Baloo!
In mezzo ad un argine boscoso c’è una tettoia -fatta di avanzi edili- appoggiata a quattro tronchi d’albero sotto cui è stato stivato, in qualche maniera, un pincanello (calcio balilla) di chissà quanti anni fa!  Poco sopra troviamo i resti di un barbecue in pietra e di un tavolo in ferro.  Affascinato da questa scoperta -forse Baloo vive davvero qua?- si guarda attorno in silenzio.

Il bosco magico termina quando scorgiamo la strada di casa. L’azzurro limpido del cielo viene solcato da un rapace -probabilmente un falchetto- che cerca la sua preda disegnando cerchi concentrici.

Il sentiero ora è in discesa. Mi dà la mano perché “Alcrimènti la mamma cade”!  poi, finito il ‘pericolo’, corre davanti a tutti e stavolta si mette ad impersonare la maestra.  Ci chiede: “Bambini, vi è piaciuto dove vi ho portato stamattina?” e all’unisono rispondiamo: “Sì, maestra!”.

“Ci ritorniamo?”

“Siii!”

Con il vento tra i capelli

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Arrivai a Salò sul finire di un’estate, di lì a poco avrei compiuto sei anni. Scelsero l’occasione del trasferimento per togliere le rotelline dalla mia Graziellina verde e ben presto imparai a stare in equilibrio. I primi momenti erano davvero incerti, mi bastava una distrazione per finire in terra.

Poi, però, divenne il mio gioco preferito, con essa avevo scoperto libertà ed indipendenza. La mamma, infatti, mi lasciava scorrazzare, oltre che nel giardino della nuova casa, anche in strada, con la promessa che non andassi su quella principale in cui il traffico era già considerevole. Non ho mai infranto quella promessa, nelle vie del nostro villaggio avevo spazio sufficiente per esprimermi. Tre strade parallele che incrociavano a 90 ° due strade parallele mi davano varie possibilità di scelta.

Durante l’estate successiva avevo anche disegnato, su un cartellone, i vari tragitti che potevo percorrere. Il cartellone era “abilmente” nascosto sulla mia scrivania, sotto alcuni cartoncini colorati. Erano i miei “giri” segreti -come li chiamavo io- e non potevo permettere a nessuno di scoprirli e di impedirmi poi di percorrerli! Temevo, infatti, che la mamma si rendesse conto che mi spingevo troppo lontano, anche se rimanevo diligentemente nel villaggio. Quello che ancora non sapevo, era che c’erano almeno due occhi che mi tenevano ben controllata!

La signora Gallo abitava in una casa singola, lungo la prima traversa rispetto alla mia via. Doveva essersi accorta, ormai, che non avevo molte nozioni di sicurezza stradale… Io credevo di essere in un luogo tranquillo e protetto perché non mi era mai capitato niente. Fatto sta che, quando partivo da casa, mi lanciavo lungo la discesa della mia via e poi, a tutta velocità, mettevo in piega la bici per fare la curva, non badando minimamente al fatto che entravo in una strada a doppio senso. Uno dei miei giochi preferiti era vedere fin dove riuscivo ad arrivare senza pedalare dopo essermi rialzata dalla “piega”. Quindi durante la discesa spingevo sui pedali cercando di acquisire sempre più velocità. Un giorno la signora Gallo deve aver incontrato la mamma e deve averle raccontato le mie spericolatezze. Ricevetti una ramanzina super da lei e, la sera, una doppia ramanzina extra da mio papà. Lui interveniva solo nei casi gravi, quindi capii che era davvero una cosa importante. Successivamente cominciai a stare più attenta, ma continuai comunque a sperimentare.

Per esempio: perché quando curvo a destra e piego la bici, istintivamente tengo il pedale destro in alto? Avevo già una risposta teorica, ma volli comunque verificare. Magari c’era comunque del margine. Magari rimaneva spazio a sufficienza tra l’asfalto e il piede. La prima volta che provai non ce la feci. Istintivamente il pedale tornava su. Allora mi impegnai di più e mi sforzai di mantenere giù il piede destro. Quando sentii il pedale che toccava terra, capii la stupidaggine che avevo fatto. La biciclettina saltò e io con lei. Mi ritrovai in terra in mezzo alla strada, mi rimisi velocemente in sella e scappai via, incurante delle contusioni e delle abrasioni. Anche se non ero davanti alla casa della signora Gallo, sapevo che forse anche la signora Larcher o il signor Apollonio o il Cente o la signora Sgarbi o chissà chi altri avrebbero potuto fare la spia!

Nonostante tutti questi occhi lunghi, durante quella mitica estate ne combinai un’altra degna di nota.

Dato che avevo capito che non conveniva farsi vedere dalla signora Gallo o da qualcun altro, invece di svoltare alla prima traversa svoltavo a quella successiva. Così, tra l’altro, acquisivo più velocità! Anche questa volta avrei appreso una lezione importante. Scesi a tutta velocità dalla mia casa fino a poco prima della seconda traversa. Allargai e mi misi in piega e poi… Nella traversa c’era parcheggiato un grosso camion ed era proprio lungo la mia traiettoria! Mentre ero ancora in piega, frenai con entrambi i freni, le ruote si bloccarono e mi ritrovai a scivolare sotto l’autocarro. Non appena riaprii gli occhi, mi trascinai velocemente fuori e trascinai con me la biciclettina. Lei era in ordine, io un pò meno. Avevo un’abrasione su una gamba che poteva essere giustificata dalla mia solita esuberanza ad utilizzare la due ruote, ma ne avevo un’altra sul braccio che non sapevo come spiegare. Mi capitava spesso di ferirmi alle gambe, ma non mi era mai successo alle braccia. Ed essendo in estate, le maniche corte non aiutavano a tenere il segreto.

Riuscii a mantenere nascosta la mia prodezza per un giorno, poi la mamma si accorse…

  • Cos’hai fatto lì?
  • Dove?
  • Lì sul braccio!
  • Sono caduta…
  • Come?
  • Con la bicicletta…
  • Ma come hai fatto?

La mamma cominciava ad alterarsi e io sapevo di non poter reggere il suo sguardo indagatore. Confessai. Confessai e fui messa in punizione, niente bici per una settimana, cioè per una vita intera!

Quando ritornai in sella mi feci più prudente. Mi piaceva troppo questa mia indipendenza. Spesso, dopo cena, chiedevo di portare il sacchetto dello sporco al cassonetto, così da poter fare ancora un giro prima di andare a letto.

Ormai l’estate volgeva al termine e la biciclettina cominciava ad essere troppo piccola.

Quante avventure, però! Non male per una piccola Graziellina verde!

Cronache di una domenica in cammino

14.05.2017

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“Ucci, ucci!”

Questa volta è il nostro cucciolo -appiedato- che ci insegue sulla salita che da Sensole porta a Menzino.  Corre con le guance rosse e quel che gli resta dei  vestiti, una canottiera bianca e un paio di pantaloncini blu.  Adesso che fa il ‘mostro’ e fa finta di volerci mangiare, nulla lo ferma.  Nemmeno la salita, percorsa subito dopo il pranzo, e il sole che ci fa intuire quanto sarà calda l’estate.

Ogni anno torniamo almeno una volta in questo paradiso. Sempre in primavera, a volte soli, a volte in compagnia.  Nel 2010 abbiamo scoperto di adorare l’Isola, i suoi ritmi, i suoi paesaggi, la gente semplice, la poca urbanizzazione, l’assenza di automobili e l’atmosfera che a me ricorda tanto gli anni ’70.  In un agosto piovoso, in cui avevamo superato da poco un momento di crisi, l’Isola ci ha accolto e ci ha donato un’indimenticabile mini-vacanza alla riscoperta di ritmi più umani, di contatto con la natura e di intimità.  Da allora abbiamo fatto un’altra mini-vacanza in bicicletta e tantissime escursioni in giornata.  E’ stata anche una delle prime mete in cui abbiamo portato il nostro neonato.

Oggi mettiamo alla prova il quasi ‘quettrenne’. Si troverà a camminare per tutti i nove chilometri del perimetro dell’Isola, senza passeggino (abbandonato ai 36 mesi) e senza biciclettina.  Intanto ha escogitato un nuovo gioco.  Raccoglie da terra una pigna che diventa fucile, poi spada, un regalo da portare domani alla maestra, un tesoro da mostrare, alla prima occasione, all’amico del cuore.  Poi si inventa di gettarla e di fare a gara col papà su chi la raggiunge prima.  Vince sempre lui!  A volte si lancia con le ginocchia sull’asfalto pur di assicurarsi la vittoria!

Io rimango un pò indietro e lascio che i ‘ragazzi’ si divertano tra loro. Quando se ne accorge mi urla: “ Vieniiiiii!  Il papà pianjie senza di te!”.  Sorrido per queste sue trovate, mi metto a correre e li raggiungo.

Nel frattempo è cominciata la discesa verso Carzano. Si ferma a raccogliere un fiore che spunta dal muretto di contenimento.  E’ quasi senza stelo, me lo regala e mi chiede di annusarlo per apprezzarne il profumo.  Poi ne raccoglie un altro (sempre senza stelo) e lo regala al papà.

Qui c’è un pò di ombra e si sta decisamente meglio. Allunga il passo e così facendo si allontana di un centinaio di metri da noi.  Intanto passano biciclette, gente a piedi e anche un motorino.  Non si volta nemmeno per accertarsi se siamo ancora lì, va per la sua strada e non ha paura di niente!  A me invece sale l’ansia, ma il papà mi sprona a lasciarlo libero di esplorare…

Quando la discesa finisce raggiungiamo il parco giochi di Carzano. Qui siamo soliti fare una merenda con un ghiacciolo o un gelato.  Lui, che non ha quasi pranzato, apprezza moltissimo la nostra abitudine.  Dopo aver mangiato tutto il suo Fiordifragola corre ad arrampicarsi sullo scivolo e dall’alto osserva incuriosito due bambine più grandi che fanno le ruote e altre ‘mosse’ tipiche della ginnastica artistica.  E’ immobile con la bocca aperta…

Mi siedo su una panchina e guardo il panorama.

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Poco distante bambini e adulti giocano a palla. Il parco finisce… nel lago e anche il pallone!  Bambini a torso nudo, in canottiera, a piedi nudi o con le ciabatte.  Corrono inseguendo il pallone fino alla fine del terreno.  Un paio di metri sotto i loro piedi c’è il lago.  Gli adulti seguono i bambini e, una volta valutata la situazione, urlano in coro: “Noooo!”.  Si mettono le mani sulla testa e contemplano la palla che si fa cullare dalle onde.  Arrivano anche altri bambini a curiosare.  Una donna, sdraiata a prendere il sole, dice al compagno: “Dai, fai un’opera buona e vai a prenderla tu”.  Ma come?  Qualcuno nota una canoa legata ad un palo da ormeggio situato poco distante.  Sulla canoa c’è una pagaia e…palla recuperata!  I bambini tornano ai loro giochi, chi col pallone, chi sulle altalene, chi, come il nostro, ad arrampicarsi su un argine che diventa un interessante scivolo.

Il pomeriggio volge al termine e, davanti a noi, abbiamo ancora un’ora abbondante di cammino. Adesso la stanchezza si fa sentire e ogni scusa è buona per fermarsi a riposare.  Gli diciamo che dobbiamo andare a prendere il battello, così, quando ne vede uno (o anche un motoscafo o una barca) cerca di rincorrerlo per fermarlo: “E’ quello il bartello nostro!”.  Sono le ultime energie.

E’ sicuramente sfinito quando si ferma, si mette in posa e mi chiede: “Mamma, fammi una grotefía!”.  Ma quando mai vuole farsi fotografare?!?  Accolgo la sua richiesta, poi lo portiamo un pò in braccio: la stanchezza della giornata, il primo caldo e l’assenza del riposino si fanno sentire.

Arriviamo a Peschiera Maraglio stanchi e appagati. Il battello è appena salpato.  Poco male, riposiamo un pò.  Si riaccende la sua curiosità: “E’ partito il bartello, è andato a prendere le pessone!”, urla puntando il dito per essere sicuro che guardiamo nella giusta direzione.

Poco dopo, infatti, ritorna col suo carico di residenti. Una volta scesi, tocca a noi salire per tornare…coi piedi per terra!

“Mi piace il lago Dinonèo! Domani voglio tonnare al lago Dinonèo!”

Nonostante la fatica e la stanchezza è eccitato per il viaggio in barca e pago della giornata ricca di esperienze e condivisioni. Noi gioiamo nel vederlo così euforico e siamo orgogliosi di come ha saputo affrontare le difficoltà.  Mentre il traghetto esce dalla zona d’ombra del Monte, il mio sguardo si posa sull’acqua calma e spazia fino all’orizzonte.  Siamo pronti per nuove escursioni!

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LA MAGLIETTA

la maglietta.JPGMettiamola così: non volevamo correre rischi. Non siamo esattamente dei tifosi accaniti, anzi, al massimo guardiamo la finale dei mondiali di calcio. Sempre che in finale ci sia l’Italia.

Ma… E se lui diventasse uno di quelli che tutte le domeniche (e non solo) DEVE guardare la partita in tv? Dio ce ne scampi! Però, almeno, volevamo cercare di evitare il peggio. Dovevamo far sì che le tradizioni di famiglia non andassero perse. Quindi, alla prima occasione, comprammo una maglietta tattica (abbastanza abbondante da poter essere usata per qualche anno) al nostro poco-più-che-neonato! Come dei veri tifosi!

Che si abitui ad avere il bianco-nero nel cuore, che dolci ricordi d’infanzia gli suggeriscano la giusta simpatia, che non si ritrovi, come me, a dover scegliere la squadra del cuore così, su due piedi.

 

Anni ’80. Terza elementare.

La campanella delle 8.30 non è ancora suonata, ma verosimilmente non sono in grande anticipo. In giro non c’è più nessuno. Entro nel cortile della scuola, poi nell’edificio, salgo le scale e vado a destra. Due dei miei compagni stanno tenendo d’occhio il corridoio dalla porta della classe. Appena mi vedono arrivare, Mauro e Andrea mi corrono incontro. Diciamo la verità, non ci siamo mai sopportati, io e loro, e con Andrea sono arrivata anche alle mani… Cosa vogliono?

“A che squadra tieni?” Urlano prima ancora di raggiungermi.

Squadra? Eh? Cosa?

Allora cercano di spiegarmi -poverini- il gioco del calcio, le squadre, le città, ecc.

Metabolizzate le informazioni, con un moto di campanilismo rispondo convinta: “Al Brescia!” e tra me e me penso che d’ora in poi dovrò ricordarmi di questa cosa.

Invece no, non va bene.  Loro vogliono che scelga tra Juve, Milan e Inter.

Juve. Juventus!  Mi viene subito in mente uno scudetto, una specie di toppa in cotone, trovato in un cassetto della cucina di mia nonna Virginia con la scritta “JUVENTUS”.  Mi era piaciuto molto, ma non me ne ero interessata un granché e quindi non sapevo cosa volesse dire.

Fatto il collegamento mentale, urlo compiaciuta: “La Juventus!” e loro, più o meno appagati dalla risposta, corrono in classe a rifare i conti di quanti juventini, milanisti e interisti ci sono nella 3aB.

Ecco, in quel momento diventai ufficialmente juventina. Per quel che può valere…

 

E’ tornato il caldo e finalmente possiamo indossare i vestiti estivi. In un pomeriggio che comincia ad essere afoso scegliamo un paio di braghette e una magliettina dal suo armadio.

“Quella, mamma, quella! Vojio mettere quella lì!”

“Quale?”

“Quella con la crapretta che ha il pallone!”

Capretta? Pallone?

“Tesoro, quella non è una capretta, è una ZEBRA!!!!!”

Sebra, sì! A me piace la crapretta che gioca a palla!”

Ebbene, un genitore può cercare di pianificare, programmare, prevenire ogni cosa, ma poi… Poi il cucciolo di turno ti insegnerà che, con le informazioni che gli dai -poche, tante o tendenziose che siano-, lui sarà sempre in grado di esprimere il suo pensiero, i suoi gusti e gli interessi.

E così, mentre faccio una silenziosissima risata e al contempo mostro un pò di indignazione, lo aiuto ad indossare quella maglietta che raffigura una strana capretta in posa con la palla!