Rapporti complicati

27012006(017)
La nevicata del 27.01.2006
31/01/2019

Ecco.  Io ci provo a pensare che il mio approccio sia sbagliato.  Io ci provo a convincermi che mi creo un problema più grande di quello che è in realtà.  Io ci provo a considerare che non sono l’unica in questa situazione.  E che gli altri apparentemente son sereni.  Ma con la neve non ha effetto.  Lo so, lo so che si tratta di una sciocchezza, anzi di una cosa che dovrebbe far gioire come bambini, ma proprio non ce la faccio.

La neve scende copiosa durante la notte e tu, svegliandoti la mattina, hai una bella sorpresa: spalare lo scivolo del garage.  Sono fortunata: ho il garage, la macchina e pure il lavoro.  Da raggiungere in tempi ragionevoli, ovviamente.  Anche se nevica.

Spala e pulisci, pulisci e spala.  Metti pure che mi vada bene e riesca a salire con la macchina.  Poi ho cinquanta metri (e tre curve a gomito) di strada sterrata che nessuno ha pulito.  Poi ci sono altri cinquanta metri di strada asfaltata, ma secondaria, che non viene mai spalata.  E infine arriva la strada “principale”.  Da qui, dalla simpatica collinetta su cui sorge, tra le altre, la mia casa (che venero per 364 giorni l’anno), qualsiasi sia la tua destinazione devi scendere.  E sperare che sia tutto ben pulito.

Chiariamo una cosa.  Io la neve l’adoro.  Io ci faccio qualsiasi cosa con gli sci da discesa, quelli da fondo o con le ciaspole.  E’ che mi viene difficile concepire il connubio neve-automobile.  Pur avendo pneumatici adatti e catene a bordo.

Come quella volta che arrivai in ufficio con tre ore di ritardo dopo aver spalato, montato le catene, disceso la collinetta e tolto le catene ai piedi della collinetta (non più di un chilometro di strada), perché là aveva solo piovuto, mentre le altre automobili mi schizzavano addosso qualsiasi cosa ci fosse in terra.  Arrivai in ufficio con tre ore di ritardo, con mani e braccia sporche di fango e il resto del corpo inzaccherato da materia ignota, chiedendomi per quale Santo fossi uscita di casa quella mattina dato che -tempo un’ora- sarei dovuta risalire in macchina e tornarci per il pranzo!

Oppure quella volta che, spalando lo scivolo, ci eravamo dimenticati di pulire i primi dieci centimetri di piano dopo di esso.  Io salii con la macchina e, non appena posai le ruote anteriori sul tratto pianeggiante, cominciai a slittare.  Mi salvai, mentre recitavo preghiere in sanscrito, grazie all’abbrivio che aveva preso la macchina.  E alle preghiere in sanscrito, ovviamente.

Oppure -ancora- quella volta che seguii il consiglio di mio marito: “Scendi lungo lo scivolo senza toccare i freni, poi freni a fondo non appena le ruote anteriori toccano il cemento pulito e asciutto”.  Mi ci volle molto coraggio (incoscienza) e poi lo feci.  La macchina prese sempre più velocità, io mi spaventai, frenai a fondo, era ancora ghiacciato, l’auto sbandò a destra, poi sbandò a sinistra, entrò come un fulmine in garage, si fermò ad un centimetro dal muro.  Dieci anni di vita in meno.  Ma non potevo lasciarla fuori?

Ecco, io non trovo proprio il senso di andare a lavorare quando nevica.  Basterebbe stare a casa.  E ritroverei tutta la mia gioiosità e la giocosità di un bambino.  Come suole dire Jack Frost: “Chiuso per neve!”.

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