Con le mutande bagnate #2

Val Rendena e Valle del Chiese, un  giorno  estivo  imprecisato  tra  il  2005  e  il  2009#2

Io e mio papà decidiamo di marinare il lavoro e partiamo una mattina infrasettimanale.  Lui sulla sua Yamaha TTR600 e io sulla mia Kawasaki ER5.  Questa volta la proposta del ‘giro in moto’ viene da me.  Poco tempo fa ho inventato e testato da sola quello che mi piace chiamare ‘Il giro dei cinque laghi’  (Garda, Cavedine, Molveno, Santa Giustina e Idro) e oggi voglio condividerlo con lui.

Il viaggio procede senza imprevisti per tutta la mattina. All’ora di pranzo ci fermiamo a mangiare in una baita di Madonna di Campiglio, nei pressi dei Campi di Carlo Magno.  Nel cielo qualche nuvola, noi siamo sereni.  Mangiamo divinamente chiacchierando in tutta tranquillità, ma quando il pasto finisce usciamo in quella che sembra un’altra giornata.

Adesso il cielo è plumbeo e non promette niente di buono.  Certo, forse ci troviamo nel punto peggiore, magari una volta arrivati a valle potremo dire di averla scampata…

Partiamo così in tutta fretta, ma durante la discesa verso Pinzolo comincia a piovere copiosamente.  Percorro tutti i tornanti preoccupandomi di rimanere in piedi e di non scivolare a terra per avere tirato un pò troppo il freno.  Intanto la pioggia incessante ha appesantito in maniera fastidiosa la giacca da moto e i jeans.  La visiera del casco è continuamente sferzata da ondate di acqua e io, ad intervalli regolari, devo cercare di rimuovere la maggior parte di essa per poter sperare di non perdere completamente la visibilità.  Anche i guanti, per essendo di pelle, sono ormai zuppi.  Con le gambe stringo forte il serbatoio della moto, sperando così di conservare al meglio l’equilibrio.  Arrivati a Pinzolo  mio papà, che è davanti, si ferma per fare il punto della situazione.  Ridiamo a crepapelle perché ad entrambi si è formato un laghetto tra serbatoio, gambe e…mutande!  Che, chiaramente, sono completamente fradice!

Ma le nostre risate sono destinate a spegnersi presto.

Afflitti dalla pesantezza dei vestiti incollati alla pelle e dall’incessante perturbazione, il nostro unico desiderio è tornare a casa prima possibile.  La strada, però, è ancora tanta e il traffico rallentato.  Guidiamo lentamente.  Entro i 50 km/h.  All’altezza di Ponte Caffaro il TIR che ci precede si blocca davanti a una delle tante strisce pedonali.  Impiego una frazione di secondo per realizzare il problema e, d’istinto, strizzo i freni.  La moto, come si dice in gergo, va via di culo.  Ovvero, la parte posteriore, a causa dell’asfalto bagnato, si inclina lateralmente.  Mi ricordo di mollare i freni, mentre ripeto un mantra nella mia mente: “Cazzo, cazzo, cazzo, cazzo, cazzo…” e la moto magicamente si raddrizza.  In quella frazione di secondo vedo mio papà che frena.  Anche la sua moto va in derapata, ma lui riesce a fermarsi.

Penso: “I casi sono due.  O mi schianto contro il TIR oppure lo supero e -cheDiomelamandibuona- spero che nessuno stia attraversando la strada”.

Supero.

Il TIR è lungo, ma la mia velocità non accenna a diminuire.  Mi sembra di scivolare su una patina di olio e forse è davvero così: è la prima pioggia dopo innumerevoli giorni di bel tempo.

Il cuore mi batte all’impazzata, potrebbe essere la fine, per me o per qualcun altro.

Supero il camion senza incidenti e ringrazio ripetutamente il mio Angelo Custode.  Ancora una volta ha guardato giù al momento più opportuno.

Guido lungo tutto il lago d’Idro tremando per lo spavento e quando trovo la forza di fermarmi sono sulla salita di Lavenone.  Scendo dalla moto per aspettare mio papà che, spaventato come me, non ha avuto il coraggio di superare l’autoarticolato.

Non so se per lo shock o per l’asfalto scivoloso, ma facciamo fatica a stare in piedi.  Non riusciamo nemmeno a sdrammatizzare, noi che insieme sappiamo farlo da veri fuoriclasse!  Aspettiamo diversi minuti, recuperiamo un pò di lucidità e ripartiamo in direzione di casa.

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