Zucche vuote

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02/11/2017

Negli ultimi mesi ho preso l’abitudine di andare a camminare due sere a settimana.  Anche oggi allaccio la giacca, indosso le scarpe e mi inoltro nel buio autunnale.  Adoro camminare da sola col buio.  La solitudine e il buio invitano alla riflessione.  Ci si trova immediatamente in una dimensione ovattata e intima in cui il movimento favorisce l’introspezione.
In serate come questa mi trovo a scrivere -nella mia mente- interi romanzi che puntualmente si dissolvono a contatto col calore del focolare domestico.
Ho già fatto un pò di strada quando la mia attenzione viene riportata nel mondo reale da una serie di messaggi luminosi.  I lampioni illuminano il bianco brillante di varie strisce di carta igienica.  Ce ne sono diverse in terra, ad intervalli quasi regolari.  Poi le noto su una siepe.  Poi in mezzo alla strada.
Davvero curioso.
Di solito si trovano pacchetti di sigarette, mozziconi, sacchetti e sacchettini di plastica che hanno contenuto merendine, escrementi di cani.  Ma carta igienica?
Come un lampo, un ricordo si palesa davanti ai miei occhi: Halloween!
Due sere fa -il 31 ottobre- ero uscita per la solita passeggiata.  Arrivata al cimitero pensai a quanto fossero suggestive tutte quelle lucine rosse.
Tornai sui miei passi constatando piacevolmente che, se si escludeva il rumore dei petardi proveniente dai paesi limitrofi, qui nel paesello, non c’era in giro anima viva (a parte la mia!).
Non passarono dieci minuti che dovetti ricredermi.
Il tornante nascondeva alla vista -ma non all’udito- un gruppetto piuttosto rumoroso di ragazzini.  Capii subito che erano fuori per festeggiare Halloween.  Superando il tornante ebbi modo di vedere che erano all’incirca una decina, forse meno.  L’anonimato, che cercavano di procurarsi dietro  alla stessa maschera da fantasma urlante, veniva tradito dalle loro voci.  Quelle sottili, provenienti da corpi esili e minuti di undici/dodicenni fino e quelle baritonali, tipiche dei sedici/diciassettenni, che venivano dalle corporature più alte e robuste.  Rimasi piuttosto sconcertata dalla profondità del dialogo che avevano instaurato tra loro.  Da prima che li scorgessi a ben oltre il momento in cui li superai, a turno si urlavano a squarciagola: “Ehi vècio!”  (Ehi vecchio, in dialetto bresciano).
Tutto lì.
Un “Ehi vècio!” dietro l’altro.
Per carità, non stavano facendo nulla di male -almeno fino a quel momento- ma la distanza generazionale mi portava inevitabilmente a inorridire di fronte a questa moderna modalità di relazionarsi.
Poi le cose cambiarono.
Ero già piuttosto distante quando sentii uno dei più giovani -che probabilmente si era ricordato di conoscere qualche altra parola- urlare: “Andiamo a buttare i petardi nel cortile della scuola elementare!”.
E tutti dietro a lui.
Il concerto scoppiettante non tardò a farsi sentire.  Chiaramente ogni scoppio era intervallato da un “Ehi vècio!”…
Nel frattempo superai la chiesa e scollinai.  Qui mi trovai faccia a faccia con due bambinetti di sei/sette anni.
L’altro versante del monte.
L’altra faccia della medaglia.
L’altra versione dei fatti.
Il maschio vestito da vampiro e la femmina da strega.  Pronti per il rituale del “dolcetto o scherzetto” non appena la mamma avesse terminato le chiacchiere con una conoscente.  Al piccolo vampiro venne quasi un colpo quando mi vide, un pò per la suggestione della serata e un pò perché ero parecchio imbacuccata!
Passando pensai che, se la mamma li avesse accompagnati verso il branco di ragazzini, il vampirino avrebbe avuto ben altro da temere.  Udito lesionato a suon di petardi e lavaggio del cervello al grido di “Ehi vècio!”.
Invece, per fortuna dei pargoli, la genitrice scelse la mia stessa direzione.
Con il ritorno del silenzio ripartirono le mie riflessioni.  Stavolta sull’ ‘evoluzione della specie’.
Pensai al mio bambino che qualche ora prima aveva raccontato alla nonna: “Lo sai che oggi è la festa di Aoulin?”.  E lei aveva risposto spiritosamente: “Lo danno senza ricetta?”.  Lui, non capendo, aveva proseguito per la sua strada: “Ci sono i fantasmi!” dichiarò senza timore alcuno e senza sapere di cosa stesse parlando.  E tutto finì lì.

Nella notte di Samhain, gli spiriti sacri mi avevano condotto in una sorta di viaggio di conoscenza sulla falsa riga del ‘Canto di Natale’ di Dickens attraverso le varie fasi di crescita: dal bambino -il mio- all’adolescente; dai quattro, agli otto fino ai dodici e più anni.
Una premonizione? Un ammonimento?
I Celti credevano che in questa notte i confini del mondo dei vivi e quello dei morti si assottigliassero a tal punto da permettere agli spiriti degli avi di far ritorno sulla terra portando, tra le varie cose, auspici per il futuro.

Mentre camminavo sulla via di casa, pensai che tra pochi anni forse mi avrebbe chiesto di accompagnarlo a suonare i campanelli.  Non che faccia i salti di gioia all’idea, però in fin dei conti, perché no?
Ma pensai anche alla possibilità che dopo un’altra manciatina di anni, con una maschera e un pugno di petardi, si mettesse a scorrazzare per le vie del paese all’urlo di qualcosa di nuovo ma dello stesso tenore di “Ehi vècio!”.
Quali passi dovremo compiere nella sua educazione per indirizzarlo verso scelte consapevoli senza dover incorrere al proibizionismo?
Dalla notte di Halloween è rimasta nell’aria la domanda -per ora senza risposta- e per terra un certo numero di strisce di carta igienica.

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