Vips in Milan

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Particolare della facciata del Duomo di Milano – Giugno 2012
29/01/2019

Un giorno di giugno del 2012 ci siamo prese una pausa dal lavoro e dalle altre faccende per andare insieme a Milano.

Per te l’amatissima città natale, per me una città detestabile che -nel tempo- aveva acquisito alcuni lati positivi.  Non me ne voglia nessuno, io Milano la detesto proprio, ma è un problema mio.  Problema nato, probabilmente, le prime volte che ci misi piede.

Verso gli otto anni mi ritrovai con la scogliosi e mio padre, al grido di “Se si deve morire, meglio morir nel mare!”, prenotò la prima di diverse visite all’Istituto Gaetano Pini di Milano.  Cominciai una trafila che durò tre/quattro anni e approdò a quasi niente.

Il primo viaggio me lo ricordo bene.  Sveglia presto.  Molto presto.  E questo per me era già un bel problema perché ho sempre avuto bisogno di dormire tanto.  In auto c’era un clima luttuoso.  Io provavo un senso di inquietudine misto a paura.  Non sapevo bene perché.  Ma non mi aspettavo niente di buono da quando mia mamma era quasi svenuta sentendo pronunciare la parola ‘scogliosi’ dall’ortopedico di provincia.  La scena paradossale che quest’ultimo s’era trovato davanti: io -otto anni- seduta di fronte alla sua scrivania a sentirmi dire tutto quello che non andava nella mia schiena e mia mamma sdraiata sul lettino dell’ambulatorio in preda ad un attacco di panico.  Mio padre non lo ricordo, probabilmente la stava soccorrendo.  Insomma, io non capivo -e non capisco nemmeno ora- tutta quella preoccupazione.

Durante quel primo viaggio fummo vittime delle solite code sull’A4, delle solite code sulla tangenziale e delle solite code in città.  Le prendemmo tutte.  Ogni tanto mio padre imprecava, insultava qualche automobilista e diffondeva ansia dicendo che non saremmo mai arrivati in tempo.

Ma come!  Con l’alzataccia che mi hai fatto fare, ora arriviamo in ritardo?

Alla fine, a metà mattina, parcheggiammo sotto un albero, nei pressi dell’ospedale.  Non era un vero parcheggio, ma ovviamente non eravamo gli unici ad aver lasciato la macchina sotto il filare di cipressi.  Io mi sentivo sempre più inquieta.

Lasciare la macchina in divieto?  E come facciamo a tornare a casa se ce la portano via?  No perché io VOGLIO tornare a casa il prima possibile!

La distanza che ci separava dall’istituto la percorremmo correndo.  Ansia.  Ci perdemmo una prima volta alla ricerca della radiologia.  Scale, ascensori, corridoi.  Mi sembrava tutto fatiscente, sporco, trascurato.  E intanto mi saliva il magone.  Volevo tornare a casa.  Volevo tornare al mio amato paesino che si era fregiato del titolo di “Città”, ma che della città vera non aveva niente.

Trovammo un salone interrato, adibito a sala d’aspetto, in cui c’erano anche altri ragazzi in attesa della radiografia.  Finalmente ci potevamo sedere ad aspettare.  Allora forse non eravamo così in ritardo.  Cercavo di far passare il tempo guardandomi in giro.  Mi cadde l’occhio su un ragazzo di quindici o sedici anni seduto su una sedia a rotelle.  Aveva il corpo bloccato in una posa totalmente innaturale, la spalla sinistra stava a livello dell’anca destra.  Mi prese il panico e distolsi lo sguardo.  Era quello che sarebbe successo anche a me?  E’ per questo che mia mamma era quasi svenuta?  Però in fin dei conti il mio problema era saltato fuori in seguito ad una radiografia, non era così evidente.  Sarei forse diventata così?  Nel profondo non ci credevo o comunque non volevo crederci.  Decisi che era molto più igienico badare ai fatti miei e smetterla di guardarmi in giro.

Il momento in cui mi fecero i ‘raggi’ fu un’altra perla da incorniciare.  Sola, in calze mutande e canottiera, mi sento dire dal radiologo che ho le cosce un po’ grosse e dovrei pensare a dimagrire.  Commento sessista che sfiorava la pedofilia, completamente fuori

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Io a otto anni

luogo e aggravato dal fatto che a pronunciarlo fu uno che apparentemente faceva il medico.  Per quel che mi ricordo io, tutte le discipline universitarie legate alla facoltà di Medicina hanno un esame che tratta proprio dei rapporti che i sanitari sono obbligati a tenere con i pazienti.  Mi pare si chiamasse ‘etica e deontologia’.  Esame che certamente viene considerato secondario, ma che fa media.  E non credo sia stato introdotto negli anni ’90…  Io, che non ero particolarmente sveglia, accettai il commento come giusto e dovuto, d’altronde lui era un medico e forse lo diceva perché la dieta avrebbe giovato anche alla schiena.

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A dieci anni

Fortunatamente -per me- non ho dato retta al “consiglio”, forse al tempo non sapevo neanche come si facesse a dimagrire.  La cosa che oggi mi fa arrabbiare ancora di più è che ero una bambina normopeso, magari non uno stecchetto, ma neanche cicciottella.  Se avessi dato retta a quel commento sarei diventata forse una delle tante ad avere problemi col cibo?

Quell’incontro mi lasciò, anche se non sapevo dire perché, abbastanza sconcertata.  Ma non era il momento di rimuginare su quanto accaduto perché mi attendevano nuovi corridoi, scale, ascensori per andare ad aspettare di essere ricevuta dall’ortopedico.  Ovviamente ci perdemmo una seconda volta.

L’ortopedico che mi vide questa prima volta mi prescrisse di fare tanto nuoto.  Passai un paio di inverni ad andare in piscina -allora una noia mortale per me- e poi un giorno, ad una delle visite di controllo successive, c’era una dottoressa diversa che ci disse che -assolutamente- il nuoto era controproducente e sarei dovuta andare in palestra a fare esercizi specifici.  E via in palestra…  A questo punto cominciavo a dubitare della necessità di “andare a morire nel mare”.

L’ultima visita che feci me la ricordo come se fosse ieri.  Dopo la svestizione, i ‘raggi’, gli spalpugnamenti di routine, la ri-vestizione, mi sedetti all’altro lato della scrivania della dottoressa di turno.  Io e mia madre eravamo sedute.  Mio padre in piedi.  Non ricordo quale fosse l’esito, ma non molto buono se concluse che “in caso di gravidanza, se mai fossi riuscita a rimanere incinta, avrei avuto grossissimi problemi, soprattutto nella fase del parto e avrei dovuto considerare di fare il cesareo”.

Cosa, scusa?  Sono rimasta scioccata.  Un’altra volta.

Mi chiedo che necessità ci fosse di darmi -a quell’età- un’informazione del genere. Che poi più che un’informazione era un parere.  Sbagliato.  Ho passato buona parte della mia vita successiva a considerare quelle parole.  E a provare paura.  Al di là di tutte le altre motivazioni che mi hanno fatto aspettare ad avere figli, c’era anche la vocina della tizia che occupava quella poltrona.  Ovviamente, quando è venuto il momento, non ho avuto alcun problema a concepire e nemmeno a partorire.  E ho trascorso una gravidanza meravigliosa.  Ancora una volta oggi mi chiedo se questa gentaglia abbia sostenuto il famigerato esame di etica o meno.

Così, probabilmente in seguito a queste traversie, associo Milano ad un senso di inquietudine, sporcizia e squallore.  E solitudine.

Ecco, volevo raccontare di quella volta che siamo state a Milano, a visitare il Duomo, a prendere un caffè come due vip al Caffè Letterario della Galleria Vittorio Emanuele II, a immergerci nelle librerie, a scegliere sigari nel negozio dedicato esclusivamente ad essi, a mangiare sushi -quello vero- come due giapponesi.  Quella volta che abbiamo visto Ale e Franz uscire da un teatro e tu mi hai convinto a non fotografarli per rispettare la loro privacy.  Quella volta che ci siamo incontrate con tua zia e lei ci ha scarrozzate in macchina per mezza città.  Invece, il passato è tornato prepotentemente a galla e ha preso la scena sputando ansia e disgusto.

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Particolare della Galleria Vittorio Emanuele II – Giugno 2012

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