Verso il cielo

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16/08/2018

La salita della cabinovia procede lentamente.  Oggi è un’assolata giornata estiva anche qui in alta montagna.  Poche nuvole sparse fanno capolino in questo cielo sterminato.  Si addensano un po’ di più sui rilievi rocciosi imponenti e lontani, ma il loro candore rassicura e dissolve qualsiasi dubbio.

Nella cabina da sei posti siamo in cinque.  Gli altri due sono un’anziana coppia di provenienza germanica.  Ogni tanto si scambiano due parole sottovoce, ma perlopiù stanno in silenzio.  Come noi, stranamente.  Il nostro piccolo chiacchierone è quasi muto di fronte alla meraviglia ingegneristica che ci permette di salire fino a 2100 metri in un tempo irrisorio.

C’è così silenzio che si sente il cigolio dell’impianto di risalita.  Un cigolio caratteristico, inconfondibile.

Se chiudo gli occhi mi sembra di essere in un pomeriggio domenicale di fine marzo quando la neve è quasi sciolta e ci si avventa con frenesia sulle ultime discese della stagione.  Quando il sole colpisce questi cubi di plexiglass rendendoli piacevolmente caldi, forse appena appena afosi, come oggi.  Se chiudo gli occhi potrei pensare di indossare la tuta da sci e gli scarponi e di tenere in mano i bastoncini.

Il cigolio aumenta man mano che ci si avvicina ai piloni di sostegno e ad esso si aggiunge il rumore della serie di rulli che trasportano il cavo, un cigolio più acuto e più veloce.  Poi i cigolii vengono interrotti dal rumore del veloce passaggio della fune e della morsa sulla rulliera.  L’ultimo balzo della cabina sull’ultimo rullo decreta il ritorno alla quiete e al leggero cigolio iniziale.

Avrò ascoltato questa sequenza di suoni innumerevoli volte, sulle cabinovie, sulle seggiovie, sugli skilift.  Era una sinfonia che cullava il tempo di riposo prima della successiva discesa ed era anche la colonna sonora di paesaggi invernali più o meno assolati, più o meno innevati, ma, per il metro di misura che avevo allora, sempre sterminati, selvaggi, incontaminati e isolati dal resto del mondo.  Per quanto lo possano essere le piste da sci…

Ora chiudendo gli occhi percepisco questa melodia meccanica e artificiale che occupa, però, un posto speciale nel mio cuore.  Riaprendo gli occhi mi troverò forse in un assolato pomeriggio di fine inverno in compagnia di persone che non ci sono più e di altre che hanno smesso di sciare per ‘raggiunti limiti di età’?  Me li troverò tutti seduti qui, la loro immagine giovane un po’ fievole ed evanescente, ognuno con la propria espressione tipica, chi fa battute, chi ride, chi spiega itinerari alternativi?  Ho cominciato ad andare a sciare con loro che ero ancora una bambina.  Mi hanno sempre trattato come una pari, benché avessero dai venticinque ai quarant’anni più di me.  E questa è stata la loro magia.  Io mi atteggiavo a più grande di quello che ero, mai un lamento o un capriccio, mai una richiesta di fermarsi, di andare a mangiare, a far pipì, di cambiare itinerario, perché volevo guadagnarmi quel loro rispetto.  Volevo che sapessero che la loro fiducia era ben riposta, che fossero orgogliosi di me come io lo ero della loro amicizia.  Vederli invecchiare e incurvarsi sui bastoncini, veder spegnere la loro allegria e la loro spensieratezza è stata una sofferenza, ma anche un privilegio.  Il privilegio di essergli stata accanto.  Durante gli anni dell’adolescenza, della giovinezza e anche dopo non ho mancato il nostro appuntamento annuale, declinando la compagnia dei miei coetanei.  Io avevo sempre più resistenza e loro meno.  Non che si lamentassero o facessero capricci, ma la pausa accordata al pranzo diventava sempre più lunga e spesso ricordavano gli assenti con la malinconia di chi è sopravvissuto.  E non erano più i primi a salire sugli impianti e nemmeno gli ultimi a sfilarsi gli scarponi.

Curiosamente, trovo che non ci sia niente di più evocativo di un impianto di risalita, né luogo più sacro che mi possa far incontrare le loro anime di giovani in salute, pieni di spirito goliardico e a tratti un po’ bambinesco.

3 pensieri su “Verso il cielo

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