Racconti di paese

racconti-di-paese30/10/2016

Seduti sul cassone del camioncino ammiriamo gli ultimi raggi di sole che si fanno strada tra i tronchi e le fronde del bosco. Il camioncino, che ci offre un passaggio “rapido” alla nostra automobile, arranca e sobbalza e noi con lui.

In questo momento mi pervade una sensazione di assoluta serenità. La giornata è così limpida che, oltre gli alberi, si vede il cielo terso e i profili dei monti più lontani.

Il camioncino scollina e ci porta sull’altro versante.

Qui è quasi buio e gli occhi ci impiegano un pò prima di distinguere cespugli e arbusti.

Benché ormai non venga più molto spesso, conosco queste zone come le mie tasche. Quando ero bambina ci venivamo quasi ogni fine settimana.  Ricordo le emozioni che provavo ogni volta che percorrevamo questa strada a ritroso tornando verso casa.  La stanchezza della sera si faceva sentire e, sul sedile posteriore dell’automobile, pensando con rammarico che la domenica volgeva al termine e il giorno dopo sarei dovuta tornare a scuola, mi facevo cullare dalle chiacchiere dei miei genitori che, in quella circostanza, erano quasi soporifere.  Anche se non lo davo a vedere, pur essendo quasi avvolta dal torpore, ero terrorizzata.  La Fiat 127 arancione scivolava sul fango semi-coperto dalle foglie, schivando sassi e pozzanghere finché, ad un certo punto, arrivava ad una bruttissima curva a gomito a strapiombo sul paesino sottostante.  Per un gioco di prospettive sembrava di tuffarsi nel lago.  All’epoca, infatti, non c’era l’attuale ringhiera ma solo la possente croce di ferro.  La strada sterrata leggermente in discesa sembrava invitare le auto a compiere il balzo.  Non avrei mai pensato a questa eventualità se, seduti attorno al tavolo del pranzo, mia zia non amasse raccontare le storie di paese.  Tutte tragedie in cui, solitamente, moriva almeno una persona, oppure che raffiguravano molto realisticamente la triste miseria dei paesi affamati dalla guerra e privati di una cultura propria e di identità.  Da quando avevo sentito che molta gente era precipitata da lì, non riuscivo a tranquillizzarmi finché non eravamo passati indenni!  Avevo paura di morire come i protagonisti dei suoi racconti.  Le sue storie mi facevano pensare che un giorno o l’altro qualcosa di brutto sarebbe successo anche a me.

C’erano le due zitelle che, attraversando la strada in un’epoca in cui le automobili erano molto rare, erano state investite (e una delle due era morta); c’erano le storie dei pescatori che, usciti a lavorare durante la notte, cadevano dalla barca e annegavano (perché tra l’altro non sapevano nuotare);  c’erano le storie delle suore che maltrattavano i bambini;  quelle dei ragazzi che morivano in sella ad una moto;  quelle delle mogli maltrattate dai mariti e viceversa…

E poi c’erano le storie di quel monte:

il signore che si sbronzava e, piuttosto di tornare a casa dalla moglie, andava a rifugiarsi nella casina di montagna (e lì, un giorno, l’hanno trovato morto); l’altro tizio che stava raggiungendo il capanno di caccia in sella al motorino e, nel prendere una buca, dal fucile è partito un colpo che l’ha ucciso;  c’era quell’altro che era sparito da diversi giorni e, alla fine, hanno trovato il corpo nel suo capanno;  c’era chi, facendo caccia vagante, aveva sparato nella schiena dell’amico;  c’era chi era rimasto ucciso sotto l’albero che stava tagliando e poi c’erano quelli che erano caduti da quella curva.

Ora, sul camioncino, mi vengono in mente tutti quei racconti e le sensazioni che mi avevano provocato.

Sorrido pensando che, tra poco, sarò io a guidare la mia automobile e, questa volta, non dovrò mettere la mia vita nelle mani di alcuna storia antica!

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